Fonemi, dal romanzo giallo alla musica – il nuovo album

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categoria: Putsch! Records

Ciao Fonemi, è appena uscito per Putsch Records il tuo EP, “Socrates“, che è il tuo debutto discografico. Ci vuoi parlare delle quattro tracce che compongono questo lavoro?

 

 

I brani contenuti in Socrates sono stati composti nello stesso periodo e in maniera consequenziale l’uno all’altro. L’idea era di dare all’ascoltatore una percezione di omogeneità e compattezza, come se si trattasse di un’unica composizione in cui ogni brano abbia bisogno dell’altro per completarsi. Tranne Socrates, il brano che apre l’EP e che gli da il nome, le tracce sono essenzialmente strumentali e prive di percussioni evidenti, e caratterizzate da un intreccio di tessiture sospese e rarefatte che si rincorrono dando vita a un magma sonoro che avanza quasi privo di gravità. In Socrates è presente una drum machine che scandisce una ritmica dai richiami tribali, tuttavia ho fatto in modo che il suono si fondesse con la trama sonora in modo da sembrarne parte integrante anziché scandirne solo il tempo.

 

Il tuo modo di comporre è difficile da catalogare, ammesso che ce ne sia bisogno. Potremmo definire la tua musica ambient, elettronica astratta, soundtrack, landscape music. Tu come ti definisci?

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Io mi definirei una tarantola.

 

Una tarantola?

 

Proprio così. Io vedo le mie composizioni come le ragnatele di una tarantola, composte da fili apparentemente invisibili e intrecciati con estrema pazienza per dare vita a costruzioni solide e geometricamente perfette.

 

Il risultato è sempre più importante della tecnologia usata per giungervi. Ma siamo anche gear junkies impenitenti. Ci racconti che strumenti usi per mettere insieme i tuoi panorami sonori?

 

Io adoro le macchine. Manopole, tasti, led, connettori, cavi: è il mio paradiso. Durante un’intervista rilasciata dagli Autechre, Rob Brown dichiarò: “noi scopiamo con le nostre macchine!”. Io non arrivo a tanto – per fortuna, direi – però ho deciso che nel mio testamento farò scrivere di essere tumulato all’interno di un sintetizzatore modulare. Nel mio studio ho molti strumenti che vanno dall’analogico classico, come il Moog, passando per alcuni digitali che hanno fatto la storia, Microwave e Wavestation ad esempio, fino all’analogico moderno, tipo il potente Andromeda. Ho anche un corposo modulare nel quale ho inserito qualche elemento autocostruito, una mia vecchia passione. Per la realizzazione delle mie tracce parto sempre da un primo approccio “fisico”, ovvero dalla creazione di suoni provenienti dai miei synth. Questa è una fase importante, partire da suoni costruiti artigianalmente mi aiuta molto a livello creativo. Registro tutto, a volte bozze di partitura, altre volte un semplicissimo suono nudo e crudo. Successivamente passo al computer. La creazione del brano avviene esclusivamente via software, assemblo e manipolo i suoni precedentemente registrati senza più uscire dal computer.

 

La tua attività creativa non sembra limitarsi alla sfera musicale: per l’editore Spartaco è infatti appena uscito il tuo secondo romanzo “I Tre Volti di Ecate”, un noir che narra le vicende di due ragazzi che rubano un prezioso reperto e vengono coinvolti nell’omicidio di un misterioso individuo. Balza subito alla mente l’idea che tra la tua musica e il tuo modo di fare letteratura ci sia un nesso molto stretto e non troppo sotterraneo. Il tuo disco è pervaso di toni oscuri e riflessivi, come un enorme Adagio lungo 40 minuti. Sei d’accordo?

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Sì, è vero, sono molto legato alle trame un po’ oscure e oniriche, tipiche dei film di David Lynch. In particolare il mio primo romanzo, “Non c’è tempo per il sole”, è intriso delle atmosfere che si respirano nelle pellicole del regista statunitense. Naturalmente questa mia predilezione si riflette anche nelle mie composizioni musicali. Inoltre c’è da dire che i brani che fanno parte di Socrates sono stati realizzati esclusivamente di notte, e questo credo abbia contribuito all’atmosfera crepuscolare che si respira nel risultato finale. Mi piace pensare a questo lavoro come la colonna sonora di un lungo viaggio notturno privo di una destinazione ben definita.

 

Lo stato del mercato musicale e di quello letterario sono a mio parere molto simili, anche se sembrano distanti anni luce. Al giorno d’oggi c’è un’enorme fruizione di musica, così come di testo (basti pensare a tutto ciò che leggiamo su internet ogni giorno), ma pochissimi di questi fruitori lo fanno in modo selettivo e critico. Cioè sia la musica che la scrittura sono diventati una commodity, o al più un mezzo per vendere altro, più che il prodotto finale. Ci dai la tua visione sull’argomento?

 

La tecnologia e i nuovi sistemi di comunicazione hanno permesso di veicolare molte forme d’arte in una maniera incredibilmente efficace e rapida, allo stesso tempo però questa sorta di overdose multimediale ha portato a un inaridimento dei gusti e alla perdita di curiosità verso ciò che è inedito. Poco tempo fa mi è capitato di riconoscere un brano di Aphex Twin presente in Selected Ambient Works II: proveniva da una playstation accesa in un ipermercato. Mi tornò in mente quando attesi oltre un mese per il cd di Aphex Twin, e quando finalmente lo ricevetti lo misi nel lettore e lo ascoltai a ripetizione per ore. L’impressione è che si sia persa un po’ di quella preziosa propensione alla ricerca, caratteristica che ritengo imprescindibile per tenere accesa qualsiasi passione personale. È evidente che attraversiamo un periodo di profondi mutamenti e, probabilmente, ancora non stiamo riuscendo a gestire in maniera ottimale i privilegi che ne derivano.

 

 

Hai progetti futuri? Come evolverà il tuo progetto Fonemi?

 

Iniziare un nuovo romanzo, qualcosa di differente rispetto a ciò che ho scritto finora. Avrei un’idea, attendo solo che maturi. Riguardo al progetto Fonemi, sto già lavorando al nuovo materiale. Ci sono delle influenze che ho sempre tenuto a freno in questi anni con le quali però recentemente sto cercando di prendere sempre più confidenza. Lo stimolo è forte. E la notte è lunga.

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